Addio profitti in Borsa se non si remunera di più il lavoro
Escrito 11/oct/2011 Por alessandro condina en La Banca siempre gana extraido de: ORIGINAL | Comentarios desactivados |

Siamo abituati a guardare i listini di Borsa e spesso a registrare e analizzare l’aumento e la perdita di valore delle azioni come se fosse qualcosa di slegato dall’economia reale; e soprattutto dal livello di benessere generale di un paese. Si fa riferimento, certo, alle prospettive mondiali di crescita, ma il più delle volte Wall Street e Main Street si comportano come se fossero su due pianeti diversi.
Ma per quanto può durare uno scollamento così netto? Se lo domanda anche William H. Gross, fondatore e copresidente di Pimco, un’azienda californiana di management e investimenti: quanto può essere solida una ripresa dei corsi azionari se non si accompagna a un miglioramento più generale del benessere diffuso.
Tre aspetti, secondo Gross, hanno caratterizzato l’ultima fase dell’economia mondiale: 1. la globalizzazione ha colpito la forza lavoro nel mondo occidentale; 2. le nuove tecnologie hanno reso obsoleti interi settori di produzione tradizionale; 3. l’invecchiamento della popolazione favorisce un’attitudine al risparmio invece che al consumo.
A parte quest’ultimo aspetto, che è più specifico degli Stati Uniti e non si attaglia alla perfezione al comportamento europeo, il resto dell’analisi vale anche da questa parte dell’Oceano e può essere un interessante spunto di riflessione. La globalizzazione, le nuove tecnologie, l’economia “impalpabile” che si manifesta nella “nuvola” (il “cloud” su cui tutte le aziende vogliono farci volare) hanno danneggiato i lavoratori e peggiorato i salari, insieme alla concorrenza cinese che ha favorito una corsa alla moderazione salariale. Ma senza salari sufficienti e senza una classe media disposta a spendere, come fanno le aziende a migliorare i loro profitti? E quindi ad accrescere il valore e far salire le azioni?
È proprio questo il punto dolente, su cui dovrebbero concentrarsi i governi e anche gli organismi internazionali, che in questo momento si stanno impegnando giustamente per far valere le esigenze di disciplina dei bilanci pubblici, ma non hanno messo bene a fuoco il problema della remunerazione del lavoro.
Sembrerebbe un discorso degno di Susanna Camusso, ma se lo solleva il gestore di un portafoglio di investimenti forse c’è di che riflettere. A suo avviso, tutte le ricette proposte dalle autorità internazionali vanno in direzione di favorire il capitale a spese del lavoro e dei redditi da lavoro: sostegno alle banche, bassi tassi di interesse, stimolo all’economia, poi il lavoro verrà.
Ma negli ultimi anni non è stato così: il lavoro ha perso sempre più terreno e non sembra in grado di recuperare spazio, a meno che la politica e gli organismi internazionali e i governi non si sveglino. Se Main Street non si riprende - è il succo del ragionamento - sia le azioni sia i bond aziendali non potranno imboccare più un trend rialzista. I lavoratori di tutto il mondo si devono, marxianamente, unire; ma anche i banchieri e gli investitori si dovranno svegliare: se ammazzano il proletariato, perderanno la loro gallina dalle uova d’oro.
Addio profitti in Borsa se non si remunera di più il lavoro é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:51 di martedì 11 ottobre 2011.
